Significato siderale

Chacana è la denominazione quechua della cosiddetta “Costellazione Madre dei Popoli Originari Andini”. Nelle lingue locali il verbo “chakay” indica “attraversare” e “na” è un suffisso che indica “che si deve” e quindi “chacana” diventa: “ciò che si deve attraversare”, ovvero il ponte.
Secondo un’altra interpretazione, “chaka” = attraversamento, “hanaq” = superiore e quindi chacana = attraversamento verso il mondo superiore.

In lingua aymara viene definita “Pusi Wara”, ovvero “quattro stelle” e corrisponde a quella che ora è stata ribatezzata “Cruz del Sur”. Per estensione, vengono denominati “chacana” anche i segni scalonati, a partire dalla “Croce Scalonata Andina”.

Nel mondo andino pre-incaico esisteva un sistema geometrico proporzionale di misure, il cui fattore di variazione si basava sulla relazione matematica da noi conosciuta come “pi greco”, sintetizzata nella formula geometrica della “Croce Quadrata”. Questa nasceva dall’osservazione della costellazione della “Cruz del Sur” e nel calcolo di una proporzione sacra tra i bracci della croce stessa: il braccio minore costituiva il lato di un quadrato e il maggiore la diagonale del quadrato stesso (radice quadrata di due, denominata CHEQALUWA, da Cheqaq= vero).

Tutte queste proporzioni si riflettono nella composizione della “chacana”.
[Informazioni tratte e riadattate da “Génesis de la cultura Andina” di Carlos Milla Villena].

In base ad accurati studi e rilievi geodesici si è rilevato che se si traccia una “chacana” ideale con centro a Tihuanaku, nell’attuale Bolivia, i principali Centri rituali e cerimoniali si trovano collocati nei punti di intersezione delle rette del quadrato con le rispettive circonferenze. Seguendo questo schema, è stato possibile individuare molti centri archeologici perduti. Inoltre, anche il famoso “Qapac Ñan”, o “cammino inca principale” segue questa logica, ed Oruro, Potosì, Tihuanaku, Cusco, Machupicchu, Cajamarca sono allinati lungo questa direttrice, che segue l’antica inclinazione dell’asse terrestre.

Lo stesso simbolo si può trovare in un petroglifo a 20 km al nord della città di Cajamarca, in un disegno intagliato in bassorilievo, con un rettangolo e due diagonali. Questo disegno rappresenta uno strumento di misura e di calcolo denominato “Unità Cumbe mayo” e corrisponde a 4,6 cm, il cosiddetto “pollice inca”.

Interpretazione collegata al sistema di valori andini

La “chacana” è un simbolo incaico, rappresentato da una croce andina formata da quattro scaloni da tre “gradini” (con una simbologia numerica che verrà approfondita in seguito) superiori ed esterni e due inferiori ed interni. Gli scaloni superiori esterni corrispondono al mondo “ideale”, la scala destra comprende la teoria cosmogonica, quella sinistra spiega la teoria dei tre mondi. Gli “scaloni” inferiori ed interni corrispondono al mondo “reale”: quelli di sinistra comprendono le norme di condotta e i principi basici delle relazioni umane, mentre quelli di destra sintetizzano l’ordine gerarchico inalterabile delle relazioni politiche, sociali e religiose. Nel lato superiore destro, che chiameremo “Paccarec” o “nascita”, si trova il primo scalone a tre livelli che spiega la concezione dell’universo.

Per gli incas, il creatore supremo di tutte le cose è “Illa Tecse Wiracocha Pachayachachic”, e a lui, creatore del cielo e della terra viene riservato il primo scalone, in posizione più elevata. Il Sole ocupa il secondo scalone, ed è visto come un dio vivo e vicino. Il terzo scalone è quello dei “Mallquis”, divinità tutelari e proprie di ogni comunità e di ogni individuo; tra questi sono compresi gli antenati, le “Huacas”, gli “Apu”…

Il lato superiore sinistro, chiamato “Puriy”, simbolizza la teoria delle tre vite o dei tre mondi.

  • Hanan Pacha” è “ciò che c’è prima della vita”, ed occupa il primo gradino, corrispondente al “mondo superiore”: in questo luogo magico e mitologico vivono le divinità tutelari (Apu), con caratteristiche molto umane, ma anche gli uomini (anima e corpo) dopo la loro morte, generando nuove vite.
  • «Kai Pacha”, tradotto come “questa vita” trascorre dalla nascita fino alla morte: è un’esistenza ordinata e predeterminata. Le popolazioni andine, infatti, non erano fataliste, ma convinte che ogni persona che veniva al mondo doveva compiere un ruolo stabilito all’interno dell’ordine e dell’armonia comunitarie.
  • Uju Pacha”, o “dopo la vita”: dopo la morte, l’uomo si reintegra alla natura e ritorna alla sua “Pacarina”. Per questo le sepolture avvenivano sotto gli alberi, negli anfratti rocciosi, nelle cavità naturali delle montagne, a diretto contatto quindi con gli elementi naturali.

Nel lato inferiore sinistro, definito “Kausanapac” o “regola di condotta” troviamo il terzo scalone a tre livelli, che scendono internamente e che simboleggiano la vita, l’etica e la morale.

Il primo scalone è occupato dal principio morale dell’onestà: “Ama llulla”, con l’invito a tutti gli uomini a comportarsi in modo franco e leale. L’abuso dell’onestà e della buonafede altrui era visto in modo molto negativo.

Il secondo livello corrisponde al principio della lealtà e del rispetto “Ama sua”, norma di condotta su cui si basava la vita dell’intera comunità e che regolava il principio della condivisione. Il terzo livello del lato sinistro del mondo reale lo occupa la norma “Ama qella”, che indica laboriosità, lavoro cosciente e costante per la crescita della comunità e dell’impero. I frutti del maggiore lavoro si rifletteranno in maggior abbondanza e feste per il popolo. È strettamente collegato ai due principi precedenti: l’indio ha infatti l’obbligo di lavorare onestamente per condividere con l’ “ayllu” i prodotti.

L’ultimo scalone corrisponde al mondo reale, inferiore ed interno che viene chiamato “Yuyaypac” o “inelterabilità”: il primo gradino viene occupato dalle terre del Sole: i prodotti che si ottenevano da queste terre servivano per il sostentamento di 6.000 sacerdotesse solari.

Nel secondo livello si trovavano le terre dell’Inca, che erano quelle con i migliori suoli e la maggior estensione. Il lavoro di queste terre produceva ingenti risorse alimentari, tessili, utensili, armi… destinate a retribuire i lavori prestati dalla popolazione all’impero e erano uno strumento di scambio e di “regalia” nei confronti delle popolazioni “vassalle”.

Il terzo gradino era occupato dalle terre del popolo, che venivano estese di più e che venivano affidate per la coltivazione ad ogni nucleo familiare.

 [fonte: Carlos Candia Muriel “Wanchu” – Escritor – Cuadernos Andinos.]

Spiegazione collegata alla rappresentazione simbolica-iconografica

Il disegno dell’altare maggiore del Qoricancha (Tempio del Sole) riflette la concezione della cosmogonia incaica, come riferito da Joan de Santa Cruz Pachacuti Yanqui Salcamaygua, e contiene, appunto, uno dei maggiori simboli della cultura inca. Va specificato, però che il cronista non può aver visto direttamente l’altare originale, perchè vi arrivò dopo che i Conquistatori avevano già rimosso e distrutto molti simboli, bollandoli come pura idolatria.

La “cornice” del retablo cosmogonico era la “Croce Andina”, meglio conosciuta come “Chacana” e si pensa che molte città, centri cerimoniali, templi fossero costruiti sopra un’immensa chacana.
Quest’immagine simbolica fu introdotta da Manco Capac nel Qoricancha come testimonianza dei tempi passati, di cui non si aveva memoria. Si pensava infatti che contenesse dei validissimi arcani delle civiltà andine primitive.

La Chacana costituiva il simbolo del massimo valore nella cosmogonia andina. In realtà è un anagramma di simboli, ognuno dei quali contiene una concezione filosofica e scientifica della Cultura Andina.
Come si diceva in precedenza, la Chacana trova una corrispondenza siderale nella “Cruz del Sur” (formata dalle cosiddette stelle “Alfa”, “Beta”, “Gamma”, “Delta”); inoltre, “chacana” o “croce” significa ponte, trasparenza, passaggio… ed è composta da due linee:

  1. La linea centrale o verticale rappresenta l’uomo, ovvero l’elemento maschile nella concezione andina, corrispondente anche alla “creazione”, allo “Spirito”, all’ “Eredità” o “Successione”.
  2. La linea orizzontale corrisponde all’elemento femminile, ovvero al “creato”, alla “materia”, alla “pachamama”.

Quando le linee dell’elemento maschile e femminile si uniscono e si sovrappongono all’altezza del cuore, formano la Chacana.

La figura della Chacana ci mostra le prime suddivisioni all’insegna della dualità che si producono nelle relazioni uomo-donna o tra gli elementi maschili e femminili. La prima suddivisione avviene tra la parte superiore e la parte inferiore, ovvero cielo – terra, mondo superiore – mondo inferiore (Hanan – Urin)… Una seconda suddivisione si ha tra destra e sinistra, giorno e notte, sole e luna, uomo e donna. Ad un ulteriore livello, c’è anche la suddivisione dei “Tahuan”, ovvero complementarietà, corrispondenza, aiuto reciproco, interrelazione. La Chacana riassume in sè tutti questi simboli, ed è l’elemento ordinatore della società andina, il regolamento non scritto che disciplina la convivenza della coppia, della famiglia, dell’ayllu, della comunità…

Il simbolo circolare centrale rappresenta il vuoto, la “non-conoscenza”, l’inimmaginabile, la sacra verità, l’immagine universale dell’unità. Senza principio e senza fine, è il ciclo continuo della formazione e della distruzione.

Il concetto di “divinità suprema” per gli Inca.

Si è pensato di identificare il centro della “chacana” con l’immagine ideale di una divinità superiore, creatrice, sovrana ed indispensabile entità inafferrabile. L’esistenza di un “essere supremo” per le popolazioni andine è un enigma non risolto dalla storiografia, anche perchè si va a toccare un argomento sensibile in relazione all’imposizione forzata di un Dio universale da parte dei conquistatori, ed alcuni studiosi autoctoni parlano di “aggressione culturale” a proposito del tentativo di far coincidere le concezioni religiose andine con quelle più prettamente europee e monoteiste.

Ribadendo quindi la differenza tra la spiritualità andina e quella del Vecchio Continente, possiamo ricordare come il concetto di “dio” nelle civiltà andine riceva molti nomi diversi, tra cui “Wiracocha Pachayachachi”, ovvero “creatore dell’acqua e della terra”, oppure “Ylla Tecse” (luce splendente), “Camac” o “principio generatore”.

Nella cultura andina definita di “Tiahuanaco”, sviluppatasi negli altipiani intorno al lago Titicaca tra il 50 a.C. e il 500 d.C, si parla di un personaggio leggendario di un predicatore chiamato “Tonopa”, il quale (si dice) annunciava l’arrivo di un Messia.

Cenni di cosmogonia e di simbologia andina

Per le popolazioni andine il Sole era l’astro sovrano, nonchè la divinità principale, ed era oggetto di venerazione ed adorazione. Il culto non era propriamente quello destinato ad una divinità, ma a chi permette la vita sulla terra: nella visione andina, i suoi raggi fanno evaporare le acque che formano le nubi, mentre il differente riscaldamento delle varie zone della terra dà origine alle correnti d’aria che muovono le stesse nuvole e provocano le precipitazioni atmosferiche. Il giusto bilanciamento tra piogge e raggi del sole permette la crescita della vegetazione e delle coltivazioni.

Al sole si deve il prezioso bene della vita, perchè questa sarebbe impossibile senza la sua presenza. La statua del Sole (“Inti” per gli incas) occupava una posizione assolutamente centrale nel Qoricancha, e probabilmente era realizzata interamente in oro, metallo che dalle popolazioni andine veniva definito come “il sangue del sole”, e per questo motivo rivestiva un valore inestimabile.

Se il sole era il re degli astri, la luna ne era la regina. Il suo nome in quechua è Quilla, e veniva considerata come “la madre degli Inca”. Anche lei godeva di una collocazione privilegiata nel Qoricancha, con molti ornamenti in argento, il metallo a lei dedicato, ed una statua con fattezze femminili. La luna, infatti, era consigliera e guardiana delle donne. Gli Incas la consideravano, inoltre, in grado di curare molte malattie, e gran parte delle cerimonie con finalità curative, venivano realizzate con il beneficio della sua presenza, in particolar modo per quanto riguarda i parti. Anche la luna aveva un suo proprio calendario, in base al quale veniva regolata la semina, l’irrigazione e la raccolta, nonchè per la tosatura del bestiame.

Ad un livello inferiore si trovava la cosiddetta “sentinella del mattino”, “Chasca”, “Coyllar” o “Stella Brillante”. Si tratta del pianeta Venere, ed occupava tale posizione perchè anche nel cielo si trova molto vicino al Sole, anticipando a volte il suo arrivo. A Venere era dedicato un tempio specifico nel Qoricancha ed era considerata anche una mediatrice tra il Sole e la Luna.

In posizione subordinata rispetto alla Luna c’era la “sentinella della sera”, chiamato “Apachi Orori”: rappresenta il pianeta rosso di Marte, appariva di sera ed era definito anche “Purec”, o “colui che cammina”.

Immediatamente sotto Venere veniva collocato un conglomerato di stelle denominate “Uchu”, composta da nove stelle (Alcione, Elettra, Maia, Merope, Taygete, Atlas, Pleione, Celeno, Asterope) e corrispondente alle nostre “Pleiadi”, chiamate anche “Las Cabrillas” o comunemente “Las Tres Marias”, mentre gli Incas le conoscevano come “Collcas” ovvero “granai”. Questo nome era in relazione al periodo dell’anno in cui queste stelle erano più visibili ad occhio nudo e considerate più vicine nel cielo cusqueño, ovvero in maggio-giugno: mesi in cui si riempivano, appunto, i granai.
Sotto l’ “Apachi Orori” erano collocate la stelle che simboleggiavano il sapere andino, custodito dai “Pacha Onanchac”, la cui unica attività era l’osservazione dello spazio.

Riuscirono ad identificare la costellazione della Lira, che chiamavano “Creehillav” e che identificavano con il loro animale sacro, il lama. La costellazione della “hidra” era chiamata “Huacra Uma” o “Catuchillay”, ovvero lama maschio e lama femmina. Tra le altre costellazioni andine ricordiamo la Lince, il Condor, il “Gallinazo”, mentre tra i nomi delle stelle ricordiamo Huara Huara, Anchechinchay, Machacuay, Milquiquiray, Miilue, Tapteara, la stessa “Chacana”…

Sotto le Pleiadi si trovava “Chuquy Illapa”, ovvero il fulmine, considerato come il pastore delle greggi del sole, che con la sua grande frusta le dirigeva verso i pascoli della Via Lattea. Il fulmine è il “predicatore della tormenta” e precede le piogge, però a volte si manifesta in giorni soleggiati: queste occasioni sono il momento propizio per scegliere i sacerdoti incaricati di servirlo. Il fulmine è una divinità importante e gli si riconoscono tre identità: la luce, il suono e l’apparizione zigzagante; veniva considerato come messaggero del sole, e come avvertenza in vista di un futuro castigo da parte delle entità celesti. Ci sono importanti testimonianza di luoghi o di interi villaggi nelle Ande pietrificati dai fulmini, nonchè di posti specifici considerati sacri in cui si concentrano le scariche. Per placare la sua furia, gli venivano offerte statue d’oro puro con fattezze umane.

Anche le nuvole, denominate “Pocoy”, godevano della venerazione andina ed erano considerate come dei vasi intercomunicanti tra la terra e il cielo: venivano immaginate come degli anziani che lavoravano a maglia per preparare vestiti per riparare la Luna: quando lavavano le loro lane, le mettevano a stendere sulle cime delle montagne. In tali occasioni, sicuramente sarebbe piovuto. La pioggia era vista anche come lacrime della Luna, versate dopo una discussione con il sole…

Le nuvole erano oggetto di venerazione perchè la loro presenza teneva lontane le gelate e proteggeva le coltivazioni. Gli Inca erano a conoscenza di tecniche per favorire la formazione di nuvole e piogge bruciando piante e aggiungendovi polveri minerali.

L’arcobaleno, o “cuichi”, era una divinità molto popolare e oggetto di grande venerazione, perchè veniva letto come un segnale del cielo, che si presentava agli uomini per annunciare loro buone notizie. Quando comparivano due arcobaleni, annunciavano un avvenimento davvero speciale: nascita di un nuovo inca, esito positivo di una campagna di espansione… Tre arcobaleni annunciavano invece grandi catastrofi, e in tale occasione venivano portate come offerte fiori, tessuti pregiati e terre rare.

L’arcobaleno veniva spesso usato negli scudi imperiali, sin dal fondatore di Cusco, Manco Capac.
Tutti i fenomeni celesti sopra descritti rientravano nell’ “Hanan Pacha”, ovvero il “mondo superiore”, al quale appartenevano anche l’aria e il fuoco.

Opposto e complementare all’ “Hanan Pacha” c’era il “Kai Pacha”, ovvero mondo inferiore. Il primo e più importante elemento di questo livello è la “Pachamama”, o la “madre terra”. È il posto in cui vive l’uomo insieme a tutti gli altri esseri viventi e le anime del mondo sotteraneo (“Uju Pacha”). Nel mondo andino la terra veniva considerato un essere vivente come gli altri, così come le montagne, i fiumi, le pietre: la immaginavano come un serpente profondamente addormentato, all’interno del quale vive un sole rosso che ogni tanto ne fuoriesce attraverso in maniera esplosiva attraverso i vulcani o le acque termali. Per placare l’ira di questo “sole rosso”, gli venivano lanciati nei crateri contenitori con sangue di lama sacrificati.

La “Pachamama” dà beneficio agli uomini attraverso gli alimenti e le sorgenti d’acqua. Quando l’uomo muore, sa che i suoi resti ritorneranno alla terra, mentre l’anima (“Camac” in quechua) ritorna al suo luogo d’origine (“Pacarina”), e ritorna ad essere elemento naturale.

La terra aveva un suo proprio tempio, un servizio di sacerdoti e di guardie, ed un giorno festivo nel calendario. Famosi e conosciuti erano i riti propiziatori conosciuti come “pago a la tierra”.

Il simbolo seguente è “il fiume del serpente” (“Amaru mayo” in quechua), emblema dell’eterno scorrere della vita. Il fiume è movimento, dà il ritmo e la vita agli uomini. Dove c’è un fiume, si può sviluppare la vita, e questa semplice constatazione è più evidente in una zona completamente arida e desertica, come quella della costa peruviana.

Il fiume può essere anche una via di comunicazione, esplorata dallo stesso Manco Capac (leggendario fondatore dell’impero incaico), il quale si era spinto lungo il burrascoso e sacro corso del fiume Urubamba, facendo ritorno a Cusco e portando la sacra foglia della coca.

Esiste anche un fiume simbolico: il “Willcamayo”, o “Fiume sacro”, corso d’acqua sotterraneo che viene percorso dagli esseri che abitano il mondo sotterraneo (“Uju Pacha”). Attraverso questo fiume i sacerdoti andini possono comunicare con i morti, e simboleggia il percorso spirituale, la ricerca interiore, il ritrovamento dell’Io personale.

Secondo la mitologia incaica, i fiumi sotterranei sono illuminati da migliaia di pietre preziose e sono popolati da “Utis”, gnomi o folletti; erano anche usati come vie di comunicazione tra gli “apus” (divinità tutelari).

Gli “Apu” nella cosmovisione religiosa andina sono “angeli della natura”, spiriti delle montagne nelle quali vivono materialmente. Sono incaricati dalle divinità per proteggere gli esseri umani, erano considerati come “pastori degli uomini”, li guidano durante la loro vita, dando loro informazioni sul passato e sul presente.

All’interno degli “Apu” ci sono delle precise gerarchie: un apu protettore della famiglia si chiama “Runa Micheq”, l’apu protettore del villaggio/comunità si chiama “Ayllu apu”, l’apu cittadino “Llacta apu”… l’apu delle quattro parti del mondo si chiama “Roal”.

Gli occhi, “Ymaymana Ñauraycuna”, rappresentano gli abitanti del Mondo Interiore (equivalente al mondo sotterraneo o “Uju pacha”), tra i quali si trova anche un malefico tentatore degli uomini (“supay”) che li spinge a ribellarsi alle divinità. Questo personaggio, sanguinario ed omicida, vive in compagnia di altri demoni infernali, come «Ccañaihuay», «Ñaqac», «Saqra», «Muqui», «Achaq’alla», «Yscay Uya», «Ñaupa Runa», «Socca», «Hapiñuñu», generalmente confinati in questo posto a causa dei danni che hanno compiuto contro la natura o gli uomini stessi.

Quindi viene l’uomo, essere privilegiato della creazione. È dotato di energia e vitalità, possiede il dono della conoscenza, dell’amore e della sapienza, e attraverso l’esperienza del passato ha l’obbligo di forgiare il presente e il futuro, in una convivenza armonica tra tutti gli esseri viventi, includendo gli elementi naturali. Gli abitanti delle Ande custodivano gelosamente il partimonio culturale non scritto ereditato dal passato, ed erano molto curiosi di assimilare le conoscenze delle altre culture con cui venivano in contatto, così come le informazioni sulla medicina naturale e sulla selezione naturale della specie…

Nella società andina non c’era disuguaglianza o predominio di uno dei sessi: la donna veniva sempre rappresentata vicino alla figura maschile, anche se le funzioni femminili erano molto diverse da quelle del genere maschile.

Continuando il “tour ideale” attraverso il retablo cosmogonico del Qoricancha, troviamo la rappresentazione della “colca”: granaio, deposito, magazzino collettivo… e figura analoga al “Tambo”. Tale simbolo rivestiva un’importanza fondamentale nelle società andine, e non gli venivano risparmiate infatti cospicue offerte in oro. Il deposito, ovvero il risparmio, la pianificazione e quella che ora definiremmo “logistica” era una filosofia di vita e di esistenza per il “Tahuantinsuyo” ed era il fondamento delle relazioni fra le varie comunità delle regioni costiere, di montagna e della giungla. Le “collcas” dovevano essere sempre piene di tutti gli alimenti necessari alla sopravvivenza.

I “Mallquis” erano gli antenati, le mummie o le loro rappresentazioni.

Gli incas credevano che al di fuori di questa vita, o “Kai Pacha” le anime dei morti vivessero una nuova esistenza nell’ “Hanan Pacha” (mondo superiore) oppure nell’ “Uju pacha” (mondo sotterraneo); avrebbero in ogni caso avuto bisogno ancora dei loro corpi, e per questo motivo mummificavano i loro cari. Ogni comunità o “ayllu” aveva il suo proprio “Mallqui”, ovvero il cadavere del patriarca più antico, al quale venivano accostati anche quelli dei più grandi guerrieri o di sacerdoti molto devoti.
I cadaveri “comuni” subivano un processo di conservazione e venivano seppelliti comunque con estrema cura in zone montuose di difficile accesso e ricoperti con fango, per favorirne la conservazione.

Il disegno successivo rappresenta l’albero, metafora della vita che sorge dalla terra e si rivolge all’infinito. L’albero è la rappresentazione del vincolo che unisce i tre mondi: le foglie sono in comunicazione diretta con il Sole e il vento, e rappresentano quindi l’ “Hanan Pacha”, il tronco solido, resistente e robusto è il mondo attuale, o “di superficie” (“Kai Pacha”), mentre le radici sono l’”Uju Pacha”, nascoste e ramificate: nessuno può vivere sulla terra senza un forte aggancio con il mondo sotterraneo, ovvero gli antenati. Il tronco è metafora della vita: può essere esile o robusto, lungo o corto, contorto o liscio, nodoso o scorrevole…

Una nuova figura corrisponde al Puma, felino molto diffuso nella zona andina e nella regione di Cusco; raggiunge anche i sei metri ed era il rappresentante del suo genere. Era la rappresentazione dell’ “uomo andino”: incarnava il valore, l’astuzia, la sagacia, la perseveranza e il criterio; non è un predatore, nè un animale vorace, non uccide mai se non ha fame e può nutrirsi anche di frutta. È silenzioso ed ingegnoso, riesce ad attraversare un fiume controcorrente.

Altro animale sovrano molto venerato dagli incas era il condor (Kuntur in lingua quechua), rappresenta la capacità dell’uomo di elevarsi sopra la sua propria condizione. Il condor può arrivare molto vicino alle cime delle montagne (apu sacri) sfruttando le correnti ascensionali aeree (altro elemento sacro) e sta sempre attento a ciò che succede intorno a lui.

L’ultimo simbolo rappresentato è l’acqua, o “mama cocha”. Simboleggia la relatività, il divenire, il cambiamento degli stati della materia, l’eterno fluire della vita…

Era una “huaca” (qualcosa come una divinità primordiale) di primaria importanza, molto venerata perchè portatrice di vita. Era associata alla Luna, e così come quest’ultima, aveva il potere di curare molte malattie.

 

Articolo interamente tratto dal sito: https://www.viaggiamachupicchu.com/la-chacana-nella-cosmovisione-andina/#:~:text=Significato%20siderale,attraversare%E2%80%9D%2C%20ovvero%20il%20ponte.